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Favole Grottesche

Il tronco non è un uomo, un uomo non è un tronco...


Autore : max capa
Venerdì, 30 Dicembre 2016 - 21:10

 

(segue da 5, qui sotto, naturalmente...)

"Fatti di colui che voleva essere un tronco", 6

Tutt'intorno, tranne che sul lato fiume, -evidentemente-, gelsi, pioppaie, felci grandi, castagni selvaggi, acacie in fiore, canne da zucchero, magnolie sdentate, ginepri, ippocastani, frassini, ciliegi d'amarene selvatiche, tigli, gerani giganti, baobab nani, la mia zia margherita, la mia nonna rosa dei prati, la mimosa antica, platanucci, pini di lombardia, betulle e tanti alberi stranieri sbarcati via mare, erbone, canneggiole, alghe rampanti, mucchi strampalati di foglie in ramificazione varia, fantasista, e ben frondose abbondanze, stupiti lo guardavano incerti, lo rimiravano senza aprir becco, incerti sul da quel che si poteva credere e pensare, e pure i predatori notturni, uccellastri dai grossi occhi minacciosi e semi-polizieschi, lo spiavano, per scherno o poltiglia di prudenza e di diffidenza. Ché il mondo è molteplice e di varie pazzie nei boschetti intorno ai fiumi. Intanto che. Mentre l'acquona ticinese -dalla Svizzera-, dopo aver scopato il Lago Maggiore, scorreva a piene rive, senza perdersi in inutili baggianate o particolari secondari. Nel buio pesto, il fiumattolo "caro alla patria" (...Fatto Notorio & Insigne: il Radetzsky vi prese le botte...) (s)correva verso il Po, indifferente.

Il momento era alto, se cosi' si puo' dire... [... ché: "il rosso segno del coraggio", quello che sorge dalle ferite, s'era quasimente coagulato in tutto il suo peregrinare e, secco abbastanza, ma ancora molle stagnava incollato sui vestiti, sul suo pelo, sulla pelle senza pidocchi, dentro le mutande fresche di giornata ed i calzini (meno in odor di santità), lungo la coda moscia. "IL MIO bel sangue, sparso!" Si disse in silenzio il topone, "AH! quel che deve sopportare un uomo! IL MIO bel sangue, sparso-mi INDOSSO: sul mio stesso cadavere!!!" ]

Un brusio d'insetti maleducati e d'altri misteriosi animalacci senza cultura galleggiava nell'aria nerissima, dove un castratore pusillanime aveva defenestrato le lucciole e le stelline alte nel cielo, lasciandovi solo una mezza sega di falcetta di luna, incapace quasi d'illuminare sé stessa... I quali animalozzi affettuosamente continuavano coi loro quotidiani deliri fin nel cuore e nei polmoni e nel fegato e nel culaccione della notte densa e senza arte né parte. Prima di dormire. Non essendo ancora troppo stanchi, i bestiolini. E, farfalle dai 10 milioni di tinte photoshop, ma invisibili, si ripulivano le ali freneticamente, in un frusciare mieloso, instancabili, con un sottofondo di violini tzigani lontanissimo, che forse veniva d'altrove, ma che forse era SOLO un semplice frutto della loro immaginazione invadente. E malata. Un sospetto di melodie lontane, come le sentono le menti incerte.

In questo panorama indigeno assai complicato e complesso, l'Arnaldo Peleggrini sorse dalle tascone ampie e vaste del suo giacchettone un coltellinone multilame e multiusi, cinese e non svizzero, e scavo' tranquillamente due piccole fosse adiacenti l'una all'altra, gemelle, nel fango, e, -finito che ebbe-, lancio' il temperino nell'acqua, si spoglio' completamente e con cura e getto' gli abiti assai lontano, in mezzo ai cespugli, ed infilo' DUNQUE i due suoi piedacci zamposi nei buchi preparati, riempiendone meticolosamente gli interstizi con terriccio e foglie ed erba ben pressati, dopo avervi cagato e pisciato i suoi ultimi escrementi, guano e letame fresco di giornata.

Concimarsi con sé stessi essendo, infatti, sinceramente, il merdame migliore possibile in un mondo impossibile..."eco"logicamente parlando... Dopo questo, per fare tutto quel che DOVEVA fare, il topolone Arnaldo -esemplare umano in via di naturalissima estinzione verso l'anonimato del mutamento- ficco' pure la sua coda -che aveva scordato...- dentra la mota umida, operando con sapienza atavica e tecnologicamente ineccepibile: girandola e rigirandola, avvitandola, come una trivella che funzioni nei due sensi giratorii. Ironizzando tranquillamente dentro, in qualche angolino segreto dalla sua anima smorente, poiché tutti ignorano che un pantegano, da milioni di anni in qua, dispone di questa possibilità per fuggire e rintanarsi, ché la sua appendice mondialmente disprezzata puo' forare pure un muro di cemento rinforzato d'amianto. IN VERITA', IN VERITA' VI DICO...

E, resto' poi cosi', immobile durante ore. Ed ore. Nell'oscurità nera. Più buia che il buio. Cogli occhi fissi nel vuoto, come si dice, contro un "muro bianco" -contro il muro bianco del NIENTE, dello ZERO, POINT ZERO- da render cieco, senza stelle, lucciole o stelline, nero, nel nerissimo pieno di cose dell'oscurità notturna. Nel Buco Nero, massima forma rovesciata dell'energia nel NULLA, che l'andava inghiottendo, sentendosi come una rana senza pianto attirata strettamente dai muscoli buccali d'un serpente dentro lo stomaco dove tutto si risolve. E si dissolve in droghe, acidi, vecchiami biologici, sdentature chimiche, propulsioni vetero nucleari. In questo deserto giallo, misterioso, dove il niente vive. Dentro l'assoluto della trasmutazione. ESSERE divino e divinamente ESSERE. Totalitariamente in tutte le fibre e le cellule. "Ah, finite le avventure!: la pace eterna!...la vita vegetale...essere e non esistere...vivere, infine..." si trovava ridicolmente a dirsi in qualche angolo recondito del suo cervello in disfacimento. Provo' a sorridere, ma non ce la faceva più.

Mettendo la sua mente a zero, in folle, senza che il motore fosse ancora spento, come un vero animale ligneo. Più zen che lo zen... Il NULLA dell'ESSERE VEGETALE. E man mano, poco a poco, sentiva spuntargli dalle zampe dei filamente che, come vermi di legno, sapientemente, s'insinuavano dentro la terra li' intorno, lame lanose sinuose e piene di vizio, senza linee e filo, metamorfosandosi in minuscole radici, cautamente ma sicuramente, che ingrandivano senza fretta e prendevano corpo, che si spingevano a cercare la linfa nel liquame terrestre circostante.

Ed il pantegano sentiva, nella specie di coma mistico vegetale in cui era calato, il succhio ascendente penetrargli con dolcezza dentro le arterie e le vene e nel fasciame muscolare, mischiandosi vampirescamente al sangue di meno in meno caldo, trasmutandolo. In una esperienza parascientifica ancor più antica che l'alchimia. ("Gli alchemici non cercavano l'oro, ma: come diventare tronco: l'essere dell'ESSERE") E, pur nel suo stato di coscienza deformata e dilatata verso il punto zero del nulla, che sprofondava con lentezza dentro sé stessa, egli scoperse fanciullescamente -con un piacere tenuissimo ma solidamento sicuro e certo, pur se in un bruscolo, in una briciola- che anche le sue zampe delle braccia si alzavano ineluttabilmente, pianino pianino, deformandosi nel movimento per diventare rami, e le orecchione puntute, ed il muso non più umido. Un succo acido e denso gli risaliva dallo stomaco e dalle frattaglie gastriche, rimpinzandogli i polmoni e la bocca, una cosa semiliquida che sapeva di legno cotto dal sole o di segatura di fusti d'abete, poiché ne aveva perfino dentro il naso, nelle cavità oftalmologiche, dove l'olfatto -pur se a marcia ridotta- gli funzionava ancora.

Una bava lignea gli fuoriusciva lenta come lava di vulcano dagli orifizi corporali, ed era -forse- già del succhio discendente. Segno -probabilmente- che la produzione di fluidi vitali vegetali era ben andata in avanti, che "tutto-funzionava-da-dio", e che già la sua natura scaricava la sua sovrabbondanza sessuale come perdita ed OFFERTA, e DONO, senza MONETA di SCAMBIO, schiuma eccessiva concessa agli altri, merdaglia eccedente che fumava leggermente uscendogli dal culo, forse per lanciare messaggi amorosi alle zanzare e farfalle e calabroni o grillotalpe, nonché alle vespe che non preferiscono i fiori e che -percio'- coltivano dentro le loro testoline una disperazione tutt'altro che esistenzialista. E, tutto questo avveniva dolcemente, nessuna furia!, in una procedura di metamorfosi ignota alle genti, e NON PER CASO.

Dentro una grande oscurità, larghissima e profondissima, e densissima, terribilissima, dove SOLO gli eletti riescono a vedere. A vederci "chiaramente", quel tanto che basta. E, mica troppo... A vedere col terzo occhio. Quello che non guarda che oltre le immagini. Che non vede le immagini. Che le ignora, vedendo. VEDENDO. Vedendo il NIENTE. VEDENDO L'ASSOLUTO NEL NIENTE. VEDENDO miliardi di "cose" in un punto nero bianchissimo e MINUSCOLO, stinto nel NULLA essenziale. VEDENDO.

Il pantegano Arnaldo Peleggrini, più morto che vivo, ma più vivo che morto, in mezzo al guado, sentiva che il terzo occhio s'era già abbastanza aperto, e spalanco' gli altri due, dalle pupille nere pungenti nell'oscurità dilatata all'infinito. Ed incominciavano a diventare ciechi, gli occhi, per poter VEDERE, gli occhi.. Molte, tante cose incominciavano... Altre finivano... Incominciava a sentirsi veramente bene. Incominciando a non sentirsi quasi più niente del tutto. A non sentirsi per niente.

Allorché venne il sole, all'aurora, e che lo rese abbastanza cieco, egli s'accorse d'essere già immerso in una nuova vita, senza più porsi troppi problemi filosofici e "neanche uno". Pur se la tentazione permaneva. (CHE' il vizio permane anche dopo la cura...) Il suo cervello, intriso di fibre legnose, reagiva e ragionava ancora, macchina speciale pluridisciplinare..., ma tenuamente. Convinto pure lui, forse, dei suoi ultimi limiti. "Ecco che non sono morto, COME VOLEVO non morire!...ma che son morto...Vivere la morte...la vera vita... Poffarbaccccco perdincincindirindina mallocchia di vacca di spocchia di cacchia di vellicoportincartorinaria di flut...". E cerco' di sorridere. Ma non ce la faceva più... Pensava docilmente, con una lentezza infinita. "Il tempo qui è piuttosto elastico..." ironizzo'. "Dura sempre." MA IL TEMPO NON DURA MAI. "Questa si' che è vita... puttana bestia vacca!"

Pensava lentissimamente, con una docilità sterminata e flebile davanti alla sovranità del fatto. "Il tempo scorre come qui si vuole qui. Forse son già passati mille anni e quattromila stagioni e questo mi lascia indifferente. Ah. Ah-Ah-Ah... Boff! ah...ho scordato di pagare la pizza al trancio alla trattoria toscana in corso Como. Ah-ah-ah... Gulp. Che vergogna..Trallalo'-trallalà...psscht...pofff...piii iiiiit....Uno-due/uno-due/un-do-un-do-un-do!. ..."

All'alba, ogni sorta d'uccelli, certuni venuti da molto lontano, cantava le lodi del giorno nascente. Pur se lo cercava, non trovo' un direttore d'orchestra. E, nessuna orchestra. E le piante, e le erbe, ed i vincastri, e le canneggiole, ed i fiori ancora senza frutto, ed il pescame non pescato e non arrostito ancora, e l'ondeggiare basso ma dignitoso delle acque ticinesi, ed una società segreta di grossi vecchi alberi secolari medioevali pure "cantavano a bocca chiusa" , in un fruscio di mille brezze, di mille arie, di mille incudini smartellate e di duecento violini muti appena giunti dalla Patagonia del Sud-Est. Un mattino di piena estate. Come ci scordiamo che ci siano. L'acqua del fiume scorreva giù senza sapere dove andasse. Ignota a sé stessa... L'Essere non sa. E perché DOVREBBE sapere?

Verso il mezzo o tardo pomeriggio di quello stesso e medesimo giorno, egli s'accorse concretamente -l'ex pantegano- d'essere ben avanti nella riuscita: un cagnaccio randagio mangiaortiche , dal pelame squallido smorto e giallastro ed irto e sconclusionato e sporco come si deve, gli si avvicino' per guardarlo attentamente, pieno di curiosità, come è tipico di questa sorta d'animali, e poi gli piscio' contro, alzando un poco la zampa di dietro destra. Convinto, spontaneamente, senza troppe politiche. Come un insorto gatto selvaggio. Indice privo d'ambiguità. Poiché, i cani son buoni intenditori e sanno orinare dove si deve. Pisciano solo contro un tronco sinceramente tale.

Ma ancora: "Una sardina senza baffi non è mai ottima quanto uno sgombro senza lisca cotto all'olio di senape di Patagonia, con una sprizzata(tina) semi abbondante di limone palestinese o finnico, il sabato, nel crepuscolo del sole giallo!" Disse una volpe vietnamita in trasferta fuori sede e che passeggiava li' intorno, alla ricerca del suo passato. "Dien-Bien-Phu est tombée! Et vous ne le savez pas encore!" Era il 10 maggio 1954. Le notizie arrivano troppo lentamente dalle nostre parti... L'Arnaldo Peleggrini, tronco sincero ed onesto, e pieno d'orgoglio legittimo in quanto albero, ben contento di ricevere la visita di stranieri giunti da ben lontano, dall'altra parte del mondo, esotici, non disse niente, lui: poiché s'era accorto di non poter più parlare.

[NOTICINE "postume". ("Abolite" in questa stesura: vedro' poi, "fra un anno"...): frammenti, purtuttavia: Secondo uno dei miei informatori milanesi, il Tagliavino tassinaro non avrebbe ("ancora" adesso...) consegnato alla mamma dell'Arnaldo i 3.333 euro (detolto il costo tariffario della corsa Milano/Porta Garibaldi-Castelletto di Cuggione), come parrebbe (...) (riserva tagliato attent!)(...K) (...) logico e corretto. Siccome questo mi pare poco bello, ho richiesto ulteriori indagini e chiarimenti, prima di intraprendere iter burocratici poco simpatici.(...)

(...) Uno dei ("miei") lettori -indigeno locale- lettore degli episodi precedenti di questa apparente-mente "favola" (che ho pubblicato -alla Corriere dei Piccoli- spezzonata nei miei siti internet) mi ha inviato un mail-courriel nel quale mi dice, calorosamente, di avermi conosciuto nel passato (IL CHE....CUGGIONO... IL GUADO... Daniele Oppi... Laura...etc.etc.) E mi scrive pure d'essersi preso lo sfizio di scendere sui bordi del Ticino, sui posti "descritti" nella favola, e d'aver cercato "durante due giorni interi", e d'aver scoperto UN ALBERO corto, tozzo, ma largo di spalle, alquanto ridicolo e malformato, CON INFISSO UN GROSSO COLTELLO nel tronco... Niente mi dimostra o prova che si tratti del FU pantegano A. Peleggrini. Ma, siccome riconoscerei BENISSIMO il coltellaccio, ho chiesto a questo "vecchio" signore d'inviarmi qualche foto. E, di verificare se residuano tracce di peli o peli di topo sul tronco. Ne resto in paziente attesa, della risposta fatidica, già da molti anni... (1912...)(...) I NOSTRI TEMPI son tempi lunghi...]


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