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Favole Grottesche

EPIFANIE MORTALI...


Autore : max capa
Lunedì, 26 Dicembre 2016 - 19:45

 

[E' facile parlare col senno del poi, CHE quel che si sa dopo non lo si sapeva avanti, e quel che si conosceva avanti non serve che male il corso degli eventi correnti: che son sempre: disastrosi. La teoria delle catastrofi non è una buffonata, certo, cosi' come l'aritmetica e la geometria tetratriangolare, e l'ultimo teorema di Fermat: in tutti questi casi clinici PERTANTO si ritrova metodicamente -SE SI E' INTELLIGENTI!- una clausola segreta (NASCOSTA) del contratto. LA QUALE non ha mai COMPLETA sostanza logica. In tutti le costruzioni esiste SEMPRE un errore: talvolta è fatale, talvolta no. Ma: il caso: immette in tutti i processi una variabile impazzita. Ma, spesso, L'ERRORE viene inserito scientemente -DA CHI? PER CHE'? PER COME- in un processo complesso, apparentemente "chiaro" pur se difficilissimo e pazzesco: che diventa irrisolvibile: l'errore insito implicito (non evidente!)nella questione rende ogni soluzione -ogni RISPOSTA alla DOMANDA fattualmente IMPOSSIBILE. La SOLUZIONE, se non IMPOSSIBILE, resta ERRATA. Il mondo è pieno di "soluzioni "contenenti un errore, ERRATA, sviluppate da un PROBLEMA posto: che già conteneva un ERRORE, celato nella sua proposizione. AD ESEMPIO: Il Capitalismo, il Comunismo, l'Anarchismo, il Socialismo, la Bicicletta senza Pedali...

L'ULTIMO TEOREMA DI FERMAT -irrisolto- contiene un errore, mascherato, invisibile, che ne implica -A MIO MODO DI SENTIRE LA COSA- l'irrisolvibilità. Migliaia di matematici si son spaccati il cervello per niente su questo, da due secoli. Non han potuto trovare l'"errore". In genere, non hanno capito che ci fosse. Neppure il sospetto. Questo gioco terribile di Fermat è contrario al modo di pensare -IDEOLOGIA- dei "solutori". Geniali ingenui. UN PROBLEMA POSTO, ma contenente un errore (INVISIBILE!), è irrisolvibile, sanamente, se si parla di logica. NEL CASO QUI PRESENTE: del topone Arnaldo Peleggrini, l'errore implicito si trova: DOVE?... E, CHI è veramente il tassinaro TAGLIAVINO? MA: c'è VERAMENTE un errore dentro questa favola? Se si': QUALE? SE NO: andate in pace: buon sposalizio e figli maschi (come dicono i cinesi...) Cercate, cercate: troverete. FORSE... Niente è semplice, IN QUESTA FAVOLA GROTTESCA, sopratutto quel che non avete saputo leggere: sotto le righe, tra righe, sopra le righe. E PURE ALTROVE.] [del resto, il testo che voi leggete non è quello VERO. Questo, lo conoscerete solo TROPPO TARDI.]

(Segue da "Fatti di colui che voleva essere un tronco", 3: qui sotto)

"Fatti di colui che voleva essere un tronco", 4

Il Tagliavino , taximan, cerco' discretamente- fra amici, nevvero?- di sondare le intime voglie ingegneristiche ed architettoniche, nonché geometriche, del caro vecchio topastro. Quali utopie "fastidiose" egli covava-o/e-covasse in seno, nel senno cervellottico suo? Dopo qualche prudente e melliflua interrogatoria cercanza, prodotta con sottile insistenza, serenamente subendo la pressione amicastra ma indagatoria del tassinaro, l'Arnaldo ammise che e come, "viste ben le cose da tutti" i lati, avesse deciso di diventare un tronco.

Il tassinaro, uomo di solida e carnale esperienza, non batté ciglio ma gli fece osservare fraternamente che già suo nonno, il famoso Euboldo Tagliavino, costruttore di ponti alti e strade sui fianchi dei monti impervi, fosse giunto alle stesse conclusioni filosofiche, ponendo la teoria in atto sedutastante. MA che i fatti risultanti risultarono assai bislacchi. Caotici, inconclusivi e deteriori. Troppo assurdi pe'i tempi che corrono. Invece di diventar un tronco il nonno suo s'era ritrovato gallina senza uova... E senza denti da gallo delle steppe, pure. Ben lontano dalla scoperta dell'America... E preferi' non dirne di più... (CHE' non tutto si puo' dire, IN QUESTE COSE...) Un certo silenzio poco gaio s'installo' durante un poco.

"Questo non conta, per me... "disse infine il pantegano. "...pur se sbaglio, voglio vivere il mio errore fino in fondo, se vedi quel che voglio dire. Quando si vuol diventare tronco c'è poco da farci contro, vedi te...se mi spiego... E' cosi' e BASTA! Voglio, voglio e POSSO! poi...." Vi era, nel cielo mostruosamente languido ed inquietante, solo una stretta fighetta di falce di luna, fanciullina di appena due mesi, un bebé di luna, nel cielo denso di pece, e qualche stella disgraziata, scordata dagli dei distratti che avevano rubato tutto il resto. Il Peleggrini aveva disceso del tutto il vetro e spinto la testa fuori dal finestrino, per irrorarsi d'aria fresca e frigidosa sopratutto il polmone ferito dalla lama che covava come un intruso straniero romeno dentro il suo corpazzo da 110 chili. Ma tutto gli pareva neutrale, insensibile, la ferita mortale poco gli nuoceva, pur morente si sentiva "come prima". Anzi, non sentiva niente, oggetto alienato, carne indifferente. Sorpreso lui stesso, per questo. COME SE FOSSE DIVENUTO UN ALTRO DA SE STESSO. Un esistenza d'essere diventato una cosa. Il sommo del ridicolo è di vedersi morire come se si trattasse d'un Altro. Gli dei hanno fatto le cose con vasta incoscienza. Questi cani non hanno fatto bene il loro lavoro! Han fatto cagate!

Scoprendo che la morte procede senza gran chiasso e grandi dolori, egli era più che perplesso. Altro che il cinema 'merekano... Per Cinecittà, la morte era come una commedia, con troppo da ridere. Bestiale. Mica troppo serio, se ben ci si ragiona. "Colla Vecchia della Morte non si scherza. Chi muore non lo saprà mai. Solo gli Altri lo sanno, MA, come si puo' sapere la morte del Morto? Solo lui poteva saperla, ma non ha potuto mai saperla...perché se avesse potuto saperla...sarebbe ancora vivo...minchia...vaste contraddizioni contradditorie ed assurdità illogiche che la logica rifiuta ma che poi te le ritrovi tra capo e collo. Solide, organiche. INELUTTABILI. Come fare con tutto questo? E poi, dove la metti la perdita di coscienza? Una vera fregatura...Per morire come si deve, saputamente, occorre diventare un tronco, altro che frottole. La linea cimiteriale Incaica è la sola che non sia disonesta, diciamocelo chiaramente e senza troppi patemi d'animo. Ognuno ha diritto di morire sapendolo. Se non lo sa, non è una cosa seria. Le solite comarate cagose: gli Altri sanno che tu sei morto, ma tu non te ne sei neppure accorto. Tutti ne parlano, e piangono, e si riempiono di ceneri il crine, e si strappano la camicia, e bevono come matti "per scordare", MA TU, povero morto, non ne sai niente della TUA PROPRIA MORTE! E' uno scandalo!...E poi si parla di giustizia..."

[E' cosi' che muoiono le genti, senza capire. UN MORTO non saprà mai d'essere morto: il che mi pare piuttosto ingiusto: e i Diritti Umani in tutto questo?]

Si rese conto, proprio allora, -e non si sa perché-, che non c'erano lucciole in giro, nemmeno queste, come se non avesse urgenze più urgenti da privilegiare... "Niente stelle, niente luna, niente LUCCIOLE! ma... MERDA! non è serio tutto questo..." Solo i fasci gialli dei fari pazzeschi delle automobili ancora in giro, mostruosi, artificiali, insensati. Indagatori, più che aiuto all'occhio. Altro che arcobaleno! "Non ci sono più lucciole!" esclamo' con amarezza, facendo sussultare il tassinaro. (far sussultare un rospo taxista non è cosa comune, diciamocelo...)"Porcamadonnamadredidioimpestatad ellacagnadisantavergineporcina delsantantonio dipadovaed elsanpaolodimerdarottoinculodelcanedidiodibuddadellacagn a- della santissima rincoglionita satanisticafigliadihallahdelculodigeova! Non ci sono più lucciole!!!

Stupito di fronte a questa reazione inattesa su un fatto divenuto d'una banalità assoluta e pertanto ignorato da tutti come si deve e si-come ognuno ha il sentimento modernamente giusto di fare nel decidere CHE, il Tagliavino discese l'andatura della sua astronave gialla quasi a fermarla nel cielo budelloso dell'asfalto, levando leggermente il piede dal pedale dell'acceleratore. Manco', per questo, di poco Marte, che gli ci passo' di lato, e Venere, solo pianeta in mutande gialle. "Le lucciole!?!? Ma pensa te... ti pare il momento di far della poesia??? Leopardi è morto da un bel pezzo, sai? E che non pensi alle tue noie? Ed: alla NOIA tout court?"

Il Peleggrini allora scoppio', improvviso [tale un lampo a ciel sereno, /da notarsi: s'era di notte quasi fonda, scura pur se assai serena...] : "Ti (s)capissis nagot, püar ciulin di Garbagnate al Giambellino! Ti scappa il senso interno delle cose! manchi di sensualità te e di una qualsiasi cultura! ECCO! non si nasce rospi senza pagarne il fio, e NON DARMI DEL RAZZISTA a me! Belin! Belinon che sei! come sei conciato male! MA, ti vedi, o no?" ed anche: "...Le cose hanno un senso, nel plesso solare, dentro le vene, nelle budella stesse, che solo cosi' diventano TRASCENDENTI! Sono i gesuiti che mi hanno "imparato" questo, a Verbania, in altri tempi ma non lontani: ed AVEVANO RAGIONE! NOI siamo più di DIO, ma non lo sappiamo..."

Ma, dopo il colpo di coda collerico in cui aveva gridato il suo disgusto, il volpone topastro fainesco Peleggrini mise del latte nel suo vino, del miele nelle frasi, un bemolle notevole, ed il suo parlare divenne quieto e malinconico, "lo core intenerito"", coma ch'al dicerebbe Il Dante, sommo scritür siculo-toscano.

"Le lucciole...da bambino mi piacevano, quando ero poco più che un girino...Ci davo la caccia colla mitragliatrice o tirando ciabatte in aria o zoccoli di legno...mai abbattutta una! Ma una volta, un'ingenua m'è piombata sul palmo della mia zampa, credendola forse una porta-aerei, ché avevo acceso un lumicino minuscolo sulla punta della grinfia , per attirare "il nemico", facendogli credere la mia ingenuità, come gli americano-giaps a Pearl Harbor. E l'ho schiacciata, e durante tutta la notte son rimasto a guardare stupito il mio palmo di mano fluorescente, e la lucciola schiacciata mi brillo' in mano durante una settimana!" "Perverso topino ranocchio..." ghigno' il tassinaro. "Le lucciole...mi piacevano...le adoravo. Ma, non ci sono più lucciole... ANCHE QUESTO! Notti senza lucciole! Come non puoi voler diventare TRONCO?" "Ma pensa te. Ci metti pure dentro le lucciole, adesso...ma accendi il tuo telefonino, ci son dentro delle belle fighe a "luci rosse" come scrivono quelli de "L'Espresso-LA REPUBBLICA(sic!)", pompinare spompinazzanti di sinistra laica antifasciste e progressiste! SI SIA MODERNI, ostrega!" "Ho perso il telefonino nella bagarre sterminatrice..." ammise ironico il topone. "Uccidi, perdi la vita e pure il telefonino... Non ti fa ridere?" "...Non lo usavo quasi mai..."aggiunse. "Mai paura della paura! Gli insetti son forti. Le lucciole ritorneranno e non solo quelle "a luci rosse" care all'Espresso. Minchia, te l'assicuro!" gorgoglio' quasicontento il conduttore del razzo italiano giallo che stava volando verso Marte. E tiro' ancora fuori la bottiglia, ed offri' un goccetto al topastro pantegano malinconico e quasi morto. Sulla piazza di Cuggiono, prima di prendere per Castelletto su una stradina che il pantegano gli indicava, esperto pilota dei Mari del Sud, una zuffa li costrinse a rallentare e poi a fermarsi un attimino, per non schiacciare qualche ebbrone contendente e per godersi lo spettacolo.

Fuori della Birreria-Paninoteca "Noi Giovani Di Qui", una dozzina e più di tipi incerti, scatenati ed eccitatissimi, urlando senza farsi capire, si rotolavano a calcioni sul pietrame asfaltato o si scazzottavano o s'abbracciavano aggressivi e per mantenersi in piedi a due, mordendosi le orecchie ed il naso. Uno aveva sfilato la cinturaccia da alpino con borchia pesante e micidiale e la maneggiava destramente in giro, sui capi, crani, nuche, schiene, spalle e zampacce, scassando qualche stinco pure, creando ferite da botte mica male. "La birra non serve che a pisciare, non sei d'accordo te? sopratutto se s'inforna vino&birraccia...terribile...Questi non sanno bere. Non LO SAPRANNO MAI!" disse il Tagliavino, prendendo per la stradetta che, di nuovo, il topone gli indicava stancamente ma con un fondo di decisione rimarchevole.

Superato che ebbero il ponticello sul canale Naviglio, presso il Canoa Club famossissimo, sulla stradina che andava al fiume, il quale era prossimo, e subito dopo una curva stretta del percorso sinuoso, il tassinaro fu costretto a frenare bruscamente, con qualche brutalità bestemmiatoria. "Una notte cosi' non me la scordo..." penso' a bruciapelo. I fari della macchina Fiat 333/33 cilindri gialla, implacabilmente, illustravano con forte luce ocra-chockhing, davanti, a sette od otto metri, una fanciullina inginocchiata, che teneva con una manina un candelabro a 33 bracci, coi ceri da Santo d'Assisi accesi, e che pareva d'oro (e forse lo era, quasi più alto della bimba sulle ginocchia, terribile simbolo d'una passato mostruoso). "Ma pensa te..." sospiro' il Tagliavino, che spense il motore ed usci' fuori, col volto sbiancato d'emozione negativa come un cencio finnico od un paracadute etiopico, lasciando i fari in piena azione, tanto la batteria era ben carica. Il topolone non s'era mosso, col sangue in ghiaccio e due occhi grossi cosi', "di spavento". Il tassinaro s'accosto' calmamente -come sembrava- alla bimba, la quale lo fissava con occhi nerissimi e duri e -forse- sprezzanti. Mostruoso. "Ancora un'epifania..." si disse il pantegano, che non muoveva un'unghia, inchiodato di terrore e stanchezza morale repentina sul suo sedile, dove era seduto contorto, piegato, ridicolo e grottesco. Come una statua di sale del deserto marmoreo di Carrara e Patagonia sus-sud-ovest. "Le epifanie sono sparse sul cammino della morte, indicano il cammino, accompagnano, scaricano simboli a quintali, hanno tutti i libri alchemici dentro. Ma non c'è più tempo per leggerli..."

La bimbetta -9/11(90?) anni, ma poco infantile- portava una tunichetta candidissima, piena di pieghe, secondo la moda ateniese del gennaio 333 A.C. (paolinos), con una leggera merlettatura argentea e d'avorio assiro-babilonese del 444 A.C.(paolinos). Aveva, la donzelletta persa nella campagna campestre, una capigliatura bionda e lunga -all'infinito- ed un viso esile, biancastro e bellissimo, scolpito dalla demoniaca sofferenza più che dalla gioia di vivere. Il tassista cercava di dire qualcosa, anche la più banale, come un coglionissimo: "Ma che fai, o signorinella gentile, tutta persa in giochi astrusi, a quest'ora di notte, silente e strana, IN MEZZO ALLA STRADA, dove passano gli adulti per andare verso i fattacci loro, ignorando che la mamma ti aspetta tremando di timore e che il tuo babbo, ubriaco, non è ancora tornato dal lavoro, otto ore dopo esser stato licenziato per aver cercato, ebbro da morire, di violentate la segretaria ed amante particolare del sior paron della Ditta??" Ma non disse nulla il Tagliavino, il quale s'accorse -con una discesa violenta di brina lungo la schiena- che la fanciullina aveva un taglio ben aperto sulla gola e nella trachea pure, probabilmente, senza capire se fosse superficiale o dovuto a sgozzamento. Ma la testa non era staccata dal collo e questo gli parve buon segno... Ma il sangue colava ancora ed egli scopri' la grande chiazza rossonerastra "milanista" che s'allargava cautamente intorno alla ragazzina, sulla polvere e l'erbetta decapitata dal traffico dei turisti finesettimanali.

Stava per dire qualcosa, sconvolto e caritatevole, del tipo: "Ô fanciulla, vorreste voi che chiamassi per via radio-telefoninara le crocerossine svizzere per portarvi cure e sostegno pissicologico, OPPURE -se preferite- posso portarvi io stesso medesimo al qui vicino ospedale di Cuggiono e/o -se più grave fosse il vostro caso- fino a quello di Magenta o/e perfino all'Ospedale del Niguarda a Milano? Oppure a Monaco di Baviera?" Stava per parlare, missionaristicamente, quando lei s'alzo' di scatto e s'allontano' dietro i cespugli e gli alberi ed il pioppame lombardo-veneto del boschetto vicino, portandosi via anche il candelabro -che pareva roba sua- e cantava a squarciagola, con voce rauca e senza denti, da vecchia: "Faccettttaaa neraaa , bell'abisssiinnaaa aspetta e spera che la bell'ora s'avvicinaaaaa quando saremoooo vicino a te noi grideremo viva il Truce evviva il Tre..." (...) Ritornando, sconvolto o QUASI, il tassinaro aveva gli occhi fuori dalla testa, e guardo' il topone, come per chiedergli: "MA che possiamo fare? che facciamo? MA GHE E' 'STA CUOSA!?!? Riguarda te o concerne pure ME?"

"ANCORA UN'EPIFANIA!" bofonchio' smonato il Peleggrini. "Ed ha LA STESSA VOCE della Vecchiaccia Nera in bicicletta a Milano..." E relato' brevemente l'incontro istantaneo ed inconcludente con quella, in Corso Como. Il Tagliavino, pallido, tremava dal cranio ai talloni. (Era, forse, la ben nota Vecchia della Morte? MISTERI. L'ombra gotica dell'ultima ora vaga sotto maschere varie, si annuncia, tace, non dice, caleidoscopica. E' inutile cercar di darle un volto: tolta una maschera c'è sotto un'altra maschera, e cosi' via: all'infinito. La Vecchia della Morte viene ma non va. Sei tu che VAI, senza saperlo... ALL'INFERNO.)

(Segue in "Fatti di colui che voleva essere un tronco", 5: qui sopra, FRA POCO...)


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